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«Cosa intende fare il ministero della Giustizia per porre rimedio alla cronica carenza di posti nelle Rems (residenze per l'esecuzione di misure di sicurezza)?». E' quanto chiedono attraverso un'interrogazione parlamentare al ministro Alfonso Bonafede il senatore Franco Zaffini e il deputato Emanuele Prisco. In una nota gli esponenti di Fratelli d'Italia spiegano che «nel nostro Paese ci sono trenta Residenze per l'esecuzione delle misure di sicurezza le quali, però, dispongono della metà dei posti che prima erano disponibili negli ospedali psichiatrici giudiziari». «Negli ultimi anni i reati contro la persona commessi da soggetti affetti da gravi disturbi psichici sono in aumento – si legge –. Pur commettendo talvolta crimini anche particolarmente efferati i tribunali li prosciolgono per infermità mentale sottoponendoli alle misure di sicurezza delle Rems ma rimangono in libertà proprio perché non ci sono posti nelle strutture individuate dal Dap». «In altri casi invece – aggiungono Zaffini e Prisco - per effetto di più condanne dopo aver scontato la pena detentiva i soggetti dovrebbero essere trasferiti nelle Rems ma non essendoci posti disponibili rimangono in consegna nelle carceri con gli agenti della polizia penitenziaria che si ritrovano a dover gestire e affrontare continue violenze e aggressioni».
«Nel 2018 sono state circa 600 le aggressioni al personale – spiega il comunicato – buona parte di esse commesse da detenuti con gravi profili psicologici o psichiatrici meritevoli di cure e trattamenti terapeutici che gli ambienti penitenziari non possono garantire». Sul punto Prisco invita via Arenula a «valutare l'utilizzo di taser per tutelare l'incolumità degli agenti penitenziari». In conclusione FdI, oltre a chiedere al ministro «quali azioni intenda perseguire nel medio e lungo periodo per porre rimedio alla cronica carenza di posti nelle Rems», punta a sapere «nell'immediato quali soluzioni intenda concertare con l'amministrazione penitenziaria per tutelare l'incolumità di tutti coloro che prestano la propria attività lavorativa all'interno degli istituti di pena».

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